Fin da subito, nella nostra azienda, si è deciso di applicare lo Smart Working anche in un’ottica di management del benessere lavorativo. Oggi per noi rappresenta la normalità, e i nostri collaboratori, sia i veterani, sia i neoassunti, hanno sviluppato un maggiore livello di autonomia; una soft skill fondamentale, soprattutto nel caso dei nostri programmatori.

 

Nell’era della Digital Transformation non possiamo limitarci a discutere solo delle nuove tecnologie e dei nuovi processi di innovazione; in ambito aziendale è fondamentale ridefinire anche nuove modalità di lavoro, più flessibili e smart, in linea con il periodo storico che stiamo attraversando.

 

Sono numerosi i modelli di lavoro che rientrano in questa categoria (Flexible Working, Agile Working,…), eppure il fenomeno di cui si parla in Italia è quello dello Smart Working, un nuovo approccio al lavoro che prevede una riconfigurazione degli spazi, un uso di tecnologie ad hoc e un cambiamento degli stili di leadership. Peccato che se ne parli spesso male e a sproposito.

 

Prima di tutto, rispondiamo ad una domanda che affligge molti di noi: “ma all’estero si chiama allo stesso modo?”. In realtà no: Il termine “Smartworking” è uno pseudoanglicismo nato e adottato esclusivamente in Italia intorno il 2010. Il concetto, invece, è più antico: già nel 1990 un funzionario INPS propose di fornire ai dipendenti degli innovativi (per l’epoca) computer portatili per innovare il concetto di telelavoro.

 

Con l’avvento della pandemia e conseguente lockdown più di 550 mila lavoratori in Italia sono stati costretti a lavorare da casa. Come rilevato dall’ Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2020 il 68% circa dei lavoratori è riuscito a svolgere regolarmente il proprio lavoro anche da remoto, ma quasi il 30% è riuscito solo in parte a svolgere le proprie mansioni per mancanza di processi digitalizzati; il resto dei lavoratori del campione per lo stesso motivo non è riuscito affatto a lavorare da remoto. Vedremo cosa ci riserverà questo 2021.

 

Salta all’occhio come aziende che già avevano avviato un percorso di Smart Working per i propri dipendenti prima della pandemia (vedi il celebre caso della Ferrero)  si sono trovati più preparati, e parliamo del 56% dei casi. Un dato che pare banale, ma non lo è alla luce delle tantissime difficoltà riscontrate da medie e piccole aziende e soprattutto dalle Pubbliche Amministrazioni: limiti non tanto tecnologici e logistici, quanto culturali. Una società basata sulla visibilità e sulla performance fa apparire, agli occhi di molti imprenditori e anche di tanti dipendenti, lo Smart Working come una “vacanza” obbligata. Molte realtà hanno faticato a fornire gli strumenti adeguati allo svolgimento del lavoro da casa, tornando ai vecchi schemi non appena terminata la quarantena.

Lo Smart Working non è privo di criticità, ma molte delle difficoltà incontrate sono da attribuire proprio ad una cattiva applicazione delle buone prassi richieste: lavoro svolto forzatamente in ambiente domestico, senza poter scegliere luoghi e tempi; distribuzione iniqua dei mezzi tecnologici necessari, anche da parte delle stesse aziende; impossibilità di accesso agli uffici, per motivi sanitari; molto, troppo lavoro extra, perché tanto “sei a casa, cos’altro hai da fare”. Credo che questi problemi derivino dalla situazione di emergenza, per cui siamo stati obbligati a lavorare da casa, e non c’è stata una attuazione graduale di una versione matura di Smart Working.

 

Ecco perché secondo me non si parla mai abbastanza di cosa realmente sia il lavoro agile. Articoli in merito oggi si sprecano, eppure molti imprenditori ancora guardano con sospetto e diffidenza a questo nuovo approccio, ignorando quali siano i contributi che apporta. Ecco perché ritengo sempre utile rivederli insieme, ancora una volta, con sentimento.

  • Prima di tutto piace ai lavoratori, e tanto. L’Osservatorio Smart Working ha stimato come il 76% degli smartworker siano più soddisfatti del proprio lavoro, a fronte del poco più del 50% di dipendenti soddisfatti non smartworker. Un dipendente più soddisfatto, che meglio riesce a bilanciare vita professionale e vita privata, è più motivato e performante. Non solo: un dipendente inserito in un contesto più flessibile più facilmente viene fidelizzato all’azienda e ai suoi valori. Più ci si cura delle persone che lavorano per noi, più facilmente attireremo e formeremo professionisti qualificati.
  • Tutto ciò conduce ad un altro vantaggio: la riduzione dei livelli di stress organizzativo, che impatta negativamente sulla performance del singolo lavoratore e in generale sul clima aziendale.
  • Per quanto riguarda i benefici diretti dello Smart Working sulle aziende, sempre l’Osservatorio ha verificato un incremento della produttività del 15%. Vi pare poco?
  • Immaginate ora la riduzione dei costi e tempi di trasferimento per i lavoratori, che si traduce non solo in un aumento del benessere dei lavoratori stessi, ma anche risparmio di tempo e costi per l’azienda (riduzione delle tempistiche, anomalie, ritardi, errori, ma anche risparmio su trasferte e commuting); riduzione degli spazi necessari ai lavoratori negli uffici, che si traduce in un risparmio o addirittura in un guadagno, se si decide di destinare quegli spazi ad attività più redditizie (ad esempio, fittando a terzi).
  • Infine, la sopracitata riduzione degli spostamenti dei lavoratori si traduce per l’intera comunità in una riduzione drastica dei livelli di emissione di CO2. Nell’era della Green Economy sarebbe anacronistico non tenere conto di questo dato: incrementare il proprio Brand Awarness ci rende un’azienda più attraente per clienti, investitori, grossi partner e soprattutto talenti motivati a lavorare per noi. E contribuiremmo a salvare il pianeta – qualora vi potesse interessare.

 

Dalila Polico

HR Specialist