La tendenza a definire la propria azienda una “famiglia” è usanza molto diffusa, soprattutto nelle realtà a conduzione familiare, ed è spesso alla base di intere campagne di Brand Reputation. É davvero una strategia vincente? Ma soprattutto… un’azienda può essere una famiglia?

 

La risposta è no: una famiglia ha dinamiche e logiche proprie incompatibili con quelle di un’organizzazione. Nel corso della vita gli esseri umani tendono a stringere legami profondi con persone con cui non c’è un legame di sangue ma un affetto intenso e una storia condivisa. L’azienda presso cui si lavora potrebbe essere un luogo in cui stringere questo tipo di legami, ma se così fosse accadrebbe in maniera spontanea e casuale, grazie alla condivisione degli spazi con persone a noi affini.

 

Volendo sintetizzare i motivi per cui un’azienda non dovrebbe mai porsi come un surrogato di famiglia, ecco i principali:

  • Un’azienda è, per definizione, un insieme di risorse e processi col fine di ottenere un utile. La famiglia no: possono esserci obiettivi comuni, ad esempio nel caso di una giovane coppia che cerca di acquistare casa, ma se le cose vanno male ci si unisce di più – o, almeno, è ciò che dovrebbe
    accadere. In un’azienda è l’esatto contrario: se non esiste un obiettivo comune non ha senso recarsi ogni giorno in ufficio e interagire coi propri colleghi.
  • Le dinamiche familiari si basano su legami affettivi e su un investimento emotivo importante. Le dinamiche lavorative, al contrario, devono funzionare a prescindere dal proprio coinvolgimento emotivo, altrimenti si corre il rischio di prendere decisioni avventate e di reagire in maniera inappropriata. Si può essere legati da profonda stima, e persino avere un legame al di fuori dell’orario lavorativo, ma sul posto di lavoro vi aspetterete sempre di essere trattati con professionalità e il giusto distacco, cosa che, in un contesto familiare, apparirebbe innaturale.
  • Vita lavorativa e privata vanno compartimentalizzate: il tema dello Smartworking ha portato a galla il bisogno, per i lavoratori, di distinguere bene le due cose. Una famiglia non conosce orari: non si smette di essere genitore solo perché i figli sono assenti, tanto per fare un esempio. Al contrario, fuori dall’orario lavorativo ci si aspetta che l’azienda non pretenda lavoro extra, e che i propri spazi vitali vengano rispettati, per salvaguardare il proprio benessere psicolavorativo.
  • Come recita un detto campano, “la confidenza porta mala crianza”, ovvero l’eccessiva confidenza può portare a mancanza di rispetto. Nel caso dei dipendenti, si rischiano richieste impossibili e un carico di lavoro eccessivo, come se l’azienda ci appartenesse. Viceversa, la Proprietà rischia di vedere la propria leadership continuamente messa in discussione da dipendenti che sentono di poter prendere iniziative e dire la propria opinione ignorando gerarchie e ruoli. Dopotutto, non è quello che ci si aspetta da una famiglia?

 

E se la vostra azienda vanta davvero un clima aziendale sereno, con un team unito e valori condivisi? Niente paura, si tratta di un importante plus che merita di essere valorizzato e celebrato, ma nel modo più sano possibile. Ecco alcuni suggerimenti:

  • Cambiate la narrativa: non parlate di “famiglia”, ma di “squadra”. Il riferimento allo sport è più calzante, invita alla cooperazione e motiva al raggiungimento di un obiettivo comune.
  • Definite con chiarezza i ruoli e le mansioni di ciascuno: fate un check periodico dell’organigramma e dello stato dell’arte del vostro Capitale Umano, anche per individuare eventuali colli di bottiglia, carichi di lavoro eccessivi e dinamiche disfunzionali, per intervenire in tempo.
  • Incoraggiate una sana separazione tra vita privata e lavorativa: adottate (se possibile) lo smartworking, introducete un sistema di Welfare, rispettate gli spazi e il tempo dei vostri collaboratori. Anche in caso di adozione del Lavoro Agile ci sarà bisogno di confini ben precisi.
  • Introducete Team meeting periodici, per permettere ai dipendenti di esprimere pareri, criticità e suggerimenti nei luoghi e nei modi opportuni: vedrete quante ottime idee verranno fuori!
  • Celebrate anche le uscite dei collaboratori: è usanza comune appellare i dimissionari come dei “traditori” che ci stanno abbandonando. Sapete chi altri si comporta così? I leader delle sette! Se una risorsa decide di lasciarci, rispettiamo la sua scelta e cerchiamo di congedarci in maniera sana: a prescindere dalle sue ragioni, ringraziate la persona davanti a tutta la squadra per il lavoro svolto, dimenticate qualunque tensione, e, se necessario, fate buon viso a cattivo gioco – la professionalità, dopotutto, sta anche in questo.